roma, pantheon, 11 luglio 2008

L' alpinismo non ce lo fa fare nessuno. Viene da sé, un formicolio alle dita in vista di una montagna, una parete di roccia, ghiaccio, neve. Scatena attrazione, fa accostare.
Non è stato sempre così, anzi per la gran parte del tempo assegnato l'umanità ha scansato le montagne. Erano ostacoli da aggirare o da scavalcare nel punto più accessibile. I popoli che abitavano sotto le catene montuose non le scalavano, anzi se le proibivano dichiarandole dimore degli dei. Dall'Olimpo dei Greci alle immensità himalaiane: lassù ci stavano loro, i poteri superiori da ammansire con riti e sacrifici.
La violazione di quei domicili da parte di noi bipedi senz'ali è recente. Succede con la fine della geografia. Quando tutte le superfici del pianeta erano state scoperte e misurate, non restava altro terreno di esplorazione. E quelle? Si chiesero i geografi a rischio di licenziamento. Quelle erano le montagne. La prima salita al Monte Bianco precede di poco la rivoluzione francese. L' alpinismo inizia come ultimo paragrafo della geografia. Mette i piedi sopra una cima per la prima volta, ci pianta uno straccio di bandiera nazionale: non più per possesso come succedeva con una isola sconosciuta, ma solo per traguardo raggiunto. Inizia la corsa alle cime e ce ne sono ancora di inviolate, ma si capisce presto che la vetta è un pretesto. Gli alpinisti si accaniscono in gara per salire la montagna dai versanti difficili. Non conta più la sommità, ma il grado di difficoltà della scalata.
Karl Unterkircher, alpinista totale, va ad aprire nel 2007 una via nuova sulla cima inviolata dello Jasemba in Himalaia, insieme al grande Hans Kammerlander. Quest'anno è andato a tentare sul Nanga Parbat, 8125 metri, una via nuova sopra un versante vergine. Vuole passare dove nessuno prima. Karl Unterkircher muore per la migliore causa dell'alpinismo, realizzare una primizia. E' questo il morso che ha spostato i limiti e le possibilità.
Dal mio angolo stretto di praticante di scalate, la via nuova non mi attrae. Non sono nato in montagna, non ho diritto di natura a essere lì. Sono uno di passaggio sulla grandiosità di una parete a picco. Non mi sento autorizzato a piantare un chiodo, a fare quel rumore di martello che spetta a un proprietario. Uso i chiodi piantati da altri, cerco di non fare rumore, sono un ospite. Ho scelto in età adulta le montagne come esercizio preferito. Askesis in greco è una pratica. Solo più tardi diventa ascesi. L'alpinismo non lo è.
Mi piace percorrere scalate inaugurate da altri, mettere le falangi su appigli usati prima di me da quelli che si sono sporti sul medesimo vuoto. Mi fa stare dentro la scia di una cordata innumerevole. In montagna riesco a sbirciare il mondo come era prima dell'irruzione della nostra specie. Riesco a sbirciare come sarà, dopo la nostra necessaria estinzione. E' un paesaggio inabitabile e finalmente libero da proprietà privata. Nessuno compra un ghiacciaio, una parete nord, una cima spellata dai fulmini. Si sta in montagna da passanti di superficie senza un lasciapassare, che può essere ritirato in ogni punto. Una valanga, un temporale, un vento, una nebbia, sbarrano il passaggio. Nessuno è garantito mentre scala una parete, anzi è esposto, indifeso, minuscolo sul corpo dell'immenso. E' una buona lezione circa le proprie misure.
Ci sono alpinisti che vanno su con il sentimento di avvicinarsi a qualche identità superiore. Ho il sentimento opposto, scalo per allontanarmi dal fitto, dal denso del nostro abitare. Scalo per dare spalle a tutto e mettere la faccia a pochi centimetri dal suolo della parete. Scalo per stare dentro una nuvola, farmi lavare la testa dalla sorgente della neve. Scalo per sbucare oltre la nuvola e asciugarmi al più personale sole. Mio traguardo non è la cima, ma il ritorno alla base. La cima è la metà del viaggio e un vicolo cieco. Da lì non si può proseguire, aggiungere altri gesti di salita. Da lì si deve scendere, disfare i passi come scucire un abito.
Il gusto del nostro gioco è di servire a niente. Nel tempo in cui ogni mossa deve rispondere a un profitto, a un tornaconto, il nostro gioco è opposto. Infine non vuole lasciare tracce. I nostri passi lassù sono ricoperti da altra neve, spazzati dalle raffiche. Ho sentito dire a Nives Meroi, la più forte alpinista di ogni tempo, che le danno disgusto le orme degli astronauti sulla luna, perché in mancanza di vento restano indelebili.
Erri De Luca
la Repubblica, 22 luglio 2008

...ne permittas a te me separari...
Undici
di Savina Dolores Massa
Edizioni il Maestrale
2 luglio 2008
* * *
BABA
"...ha sempre avuto molte attenzioni per il mio piede."
AMDY
"...In piedi fratelli..."
BILAL
"...non ci sarei riuscito a far avere odore ai disegni."
LAAMIN
"...è sale
con stelle nere e luna nera."
MOMAR
"...Voglio tenermi il diritto ad una morte lucida."
PAPE
"...le prendeva, le puliva, le baciava e le infilava in un sacco."
IBOU
"...io avevo le mani piene di riso."
DJIBRIL
"...ne permittas a te me separari..."
IBRA
"...il nodo, ve lo giuro, era stretto forte."
MOR
"...adesso è il turno di uno che proclama, Io sono il matto! E voilà."
SAYORO
"...questo è tutto, kora. Non perderti in altre chiacchiere."
* * *
Nota: lo abbiamo atteso così a lungo, che ora non sembra vero averlo, toccarlo. Dire: è cosa vera.
Undici è nato.
Queste undici fotografie (più una) sono un regalo al suo viaggio.
Di più non dico. Di più non si dice.

Che io possa esser dannato
se non ti amo.
E se così non fosse
non capirei più niente.
Tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo... così.
Ah, ma l'erba soavemente delicata
di un profumo che dà gli spasimi
Ah, ah! Tu non fossi mai nata!
Tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo... così.
Il derubato che sorride
ruba qualcosa al ladro
ma il derubato che piange
ruba qualcosa a se stesso.
Perciò io vi dico
finché sorriderò
tu non sarai perduta.
Ma queste son parole
e non ho mai sentito
che un cuore, un cuore affranto
si cura con l'udito.
E tutto il mio folle amore
lo soffia il cielo
lo soffia il cielo... così.
Che cosa sono le nuvole (Pasolini-Modugno), 1967
* * *
(tra parentesi, il teatro consiglia vivamente l'ascolto,
e suggerisce, qui sotto, la versione degli Avion Travel, realizzata nel 1997)


Esbjörn Svensson
(16 aprile 1964 - 14 giugno 2008)
al teatro di Sisifo il premio
Arte y Pico Award

Il teatro di Sisifo ringrazia Giovanni Nuscis, Savina Dolores Massa e Marco Diana per avergli assegnato il premio Arte y Pico Award, ricevuto a loro volta per i loro blog:
http://giovanninuscis.splinder.com/
http://savinadoloresmassa.splinder.com/
http://paesedombre.org/
Questo è il regolamento per chi lo riceve :
1) il premiato deve scegliere 5 blog che considera meritevoli di questo premio, per creatività, design e materiali particolari utilizzati, e che diano un contributo alla comunità dei blogger, indipendentemente dalla lingua.
2) ogni premio assegnato deve avere il nome dell'autore e il collegamento al suo blog, così che tutti lo possano visitare.
3) ogni premiato deve esibire il premio e mettere il nome e il collegamento al blog di colui che lo ha premiato.
4) il premiato deve mostrare il collegamento con il blog ARTE Y PICO dove nasce l'iniziativa http://arteypico.blogspot.com
5) il premiato deve pubblicare le regole.
* * *
Il teatro di Sisifo segnala dunque questi 5 blog:
1. Keybee http://senoysansenoysemangelof.splinder.com/
2. Piera Maria Chessa http://imuliniavento.splinder.com/
3. Rita Bonomo http://rita-bonomo.splinder.com/
4. Redmaltese http://oboesommerso.splinder.com/
5. Luisella Pisottu http://luisellapisottu.splinder.com/
Senza di lui non ci sarebbe stato Walt Disney. Non ci sarebbero stati i Fleischer, con Braccio di Ferro e Betty Boop, né Bugs Bunny targato Tex Avery. Il disegno animato festeggia quest' estate il suo primo secolo e il suo inventore, Émile Cohl, francese come il resto della trinità del grande schermo: i Lumière, nel 1895 padri del cinema, e Georges Méliès, nel 1896 nonno del fantasy.
Il 17 agosto 1908 è la data del primo cartoon, Fantasmagorie, battesimo di Fantoche, antenato di Topolino. Minuscolo, infantile nell' indole e nei tratti - un cerchietto, gambe e braccia a bastoncino - il prototipo dei futuri eroi a matita diventa l'icona di Cohl, jolly ricorrente nei suoi corti animati, lesto e strampalato in gesti, stratagemmi e trasformazioni. Fantoche è un pupattolo elementare ma il lapis che lo disegna è d'un veterano
Caricaturista affermato, paroliere, fotografo, fumettista, membro, con Toulouse-Lautrec, di "Les Incohérents", sodalizio giocherellone, pre-Dada, Cohl ha 51 anni quando regala il primo guizzo a Fantoche. Mesi prima, l'autore s'era presentato alla Gaumont indignato, perché gli avevano rubato un' idea. E la Gaumont, con lungimirante risarcimento, l'assume come soggettista e sceneggiatore, attività dove l'artista rapidamente si ritaglia un angoletto ancor più creativo, tra le adorate matite, da cui schizza Fantasmagorie.
L' inizio del film è quasi documentario: la mano dell' autore che disegna su un foglio la figurina di Fantoche. Ma, come un pinocchietto bidimensionale, sfuggito alle dita del suo Geppetto a matita, Fantoche s'infila subito in un groviglio di fantasie grafiche, ottenute, per la prima volta nella storia, col sistema del "passo uno" - cioè "image par image" - rimasto inalterato fino a oggi, nonostante i successivi perfezionamenti tecnici e le attuali scorciatoie elettroniche.
Fantoche assorbe dalle comiche del cinema dal vero il gag d' avvio - seduto al cinema si ritrova davanti un donnone dall' enorme cappello pennuto, che subito sforbicia e spiuma - ma poi, non pago di peripezie troppo realistiche, si butta a capofitto nel gioco di mutazioni inattese e surreali: diavoletto a molla che rimbalza dentro una bottiglia subito mutata in fiore, poi in elefante e condominio dove Fantoche trova rifugio inseguito da un poliziotto, prima di rompersi in mille pezzetti e essere "rianimato" dal suo creatore.
Al di là delle sorprese visive, o visionarie, tese a far colpo sul pubblico a bocca aperta delle origini, la novità di Fantasmagorie è la sua velocità, già da spot dei nostri giorni. La mini-apocalisse d' esordio non richiede che 36 metri di pellicola: 2 minuti in tutto.
Ritmo febbrile e metamorfosi, con frequenti viavai tra riprese dal vero e disegno animato, saranno le costanti dei corti di Cohl, trecento in una manciata d' anni, di cui solo una sessantina sopravvissuti o ricostruiti, pezzetto per pezzetto, come Fantoche, con ricuciture e restauri a staffetta tra cineteche amiche. Un inedito campionario, proveniente dalla Cinémathèque Francaise di Parigi, è visibile dal 10 giugno per tutta l' estate nell' ampia mostra curata da Maurice Corbet al Musée-Château d' Annecy, evento del Festival International du Film d' Animation, che dissemina la nuova edizione (9-14 giugno) d' omaggi al cinema animato delle origini, condotti dal direttore artistico Serge Bromberg. La retrospettiva di Annecy, integrata da due monografie, "L'esprit Cohl" (Editions de L'oeil) e "L'inventeur du dessin animé" (Omniscience), restituisce al pioniere a matita i meriti non soltanto di iniziatore ma anche di primo grande maestro dell'animazione, esplorata e sviluppata da Cohl in tutta la sua gamma tecnica e espressiva: non solo il disegno, ma pure l'animazione degli oggetti, della sabbia, dei pupazzi (l'odierna "stop motion") o addirittura gli interventi diretti sulla pellicola. Un' autentica fantasmagoria di forme e stili nei terreni ancora vergini della settima arte. Una féérie inventiva, solidale con la fiammata di trucchi e magie dell' altro maestro visionario delle origini, Georges Méliès: unito a Cohl da un destino d' oblio precoce e dalla morte, in povertà, a distanza d' un giorno - Cohl a 81 anni, Méliès a 77 - nel 1938. L' anno del trionfo sugli schermi del pianeta di "Biancaneve", con cui Walt Disney aveva dato al disegno animato un destino non solo d' arte ma d' industria.
MARIO SERENELLINI - La Repubblica - 04 giugno 2008
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Nota: Vi prego, non pensate che io voglia dimenticarmi dell'orrore che ci circonda, rifugiandomi in questi sguardi nostalgici sul cinema dei primordi. D'animazione, per giunta.
Credo che quest'arte paziente, migliaia di disegni per pochi secondi di proiezione, nascondesse un'idea dell'esistenza piena di significato. L'impegno per un progetto, la fedeltà ad un'idea. Fosse anche solo il dono di un minuto sorprendente all'occhio di chi guarda. L'arte vera non è mai disimpegnata. Ha sempre un'apertura generosa, che forse oggi - nei tempi dell'arte rarefatta e solitaria - non ci appartiene. Forse l'arte castigata in casta ha una parte di responsabilità nella creazione dell'orrore.